FAUSTO MELOTTI :
UNA LONTANA CONVERSAZIONE
Sulla produzione grafica non c'erano molte domande da fare. Lui stesso ha vagliato rapidamente le questioni da porre, da dire ad alta voce, con la certezza di confermare dei punti chiari che nel suo pensiero superano il valore di una dichiarazione di poetica. Raggiungere la chiarezza dell'evidenza è sempre stato uno dei presupposti del suo lavoro, sin dal '35, per la sua prima mostra, a Milano. Eppure, da sempre, si tratta di un neoplatonismo corretto dal senso della realizzazione concreta dell'opera. Tanto più per la scultura e cosi per tutta la sua grafica, quell'incisione leggermente graffila, le morsure a spolvero come indicative di un supporto parzialmente comprensivo e idoneo al motivo, che domina nelle sue vananti tutto il suo lavoro, un incisore piuttosto singolare... Ne parla addirittura ignorandola, e riportando la cosa a una diversità di pensieri e di disposizioni. L'incisione - evidente che sta parlando dell'acquaforte - è un opus da compiere con facilità, investendo la superficie stessa con la grazia della propria mano.
Fausto Melotti
Foto F. Scianna
È solo una questione di misura del polso. Se sai la musica, il tuo polso è appropriato. Si tratta di trovare la giusta pressione del polso e sarà come suonare il violino. L'analogia con la musica continua nelle osservazioni sulla linea. La linea è un essere. Incidere è disegnare. Secondo il materiale può variare una linea. Si deduce che questa non è mai un semplice segmento, ma una dislocazione dei propri ritmi e delle sue energie profonde. Ascoltare una musica, averla scritta, disporre frammenti nello spazio, sono momenti equivalenti che generano linee. Quando si trattò di incominciare la prima incisione, pensò alla difficoltà. Poi all'improvviso si accorse che la difficoltà è relativa al suo essere parte integrante, mentre si tratta di trovare distanza ed equilibrio. Da quel momento Melotti ha incominciato a divertirsi con l'acquaforte, a incidere con noncuranza e senza prevenzioni, a scartare con altrettanta rapidità tutto ciò che non andava Vista sotto questo profilo la sua grafica trova la ragione nel suo stesso eseguirsi, smettendo i canonici requisiti nei quali solitamente la grafica si riassicura. Ed è innegabile che questa scorrevo lessa si trova nelle sue linee. Non è un caso che i due maggiori libri che raccolgono le sue poesie si intitolino appunto "Linee", una sorta di segreta dedica alla sua grafica.
Litografia
acquarellata a mano,
esemplare unico
All'inizio forse ha dovuto fare qualche prova in più e qualche foglio sembra essere rigido. Ma cosa significa la scabrosità di alcune linee. È forse bruttezza? Non c'è forse un diritto alla professione? Ma la grafica e l'arte non sono una professione. Lo sono quando diventano abitudine. Melotti continua e riporta il discorso sulla scrittura e a quella sua particolare scrittura che si manifesta sempre su una superficie mobile nello spasio. Quando incontriamo un suo filo metallico o una lamina d'acciaio, abbiamo a che fare con linee e superfici, per le quali è avvenuta una inversione di positivo e negativo. In fondo anche nell'acquaforte c'è un gioco bidimensionale tra linea e spessore con in più il gioco della continua sorpresa tra positivo e negativo, tra incisione sulla lastra e pressione sul foglio. La salvezza e la novità della sua scultura è di non essere plastica, di rifuggire da ogni elemento della tridimensionalità, e di agire e trovarsi bidimensionalmente, nello spazio. Se devi scrivere un concerto per como inglese incominci a tenere sotto la mano un pentagramma. La lastra sarà la superficie per la tua partitura. Curiosa aggregazione del momento musicale e di quello visivo, come condizione paritaria d'inizio. Ne sortisce la soluzione che M elotti da alle sue figure, di pencolamento sul piano della superficie visibile e non, astraendo dalla apparente spazialità metafisica. Il problema dell'applica Zio ne tecnica si riduce a individuare la superficie e il materiale più appropriato alla realizzazione delle sue figure. La scelta è pienamente attiva e riguarda non il mezzo, ma l'artista che è anche interprete ed esecutore dei suoi piani. Allora non c'è motivo di cimentarsi col bulino, per il cui uso occorre una dolorosa maestria, di fronte alla quale i più gloriosi incisori italiani del secolo hanno esitato e dato scarse prove.
Con il bulino la necessità dell'apprendimento sovrasta e allunga eccessivamente i tempi. Lo scultore astratto chiede sempre ai segni una reversibilità rapida e diretta, dissociandosi quindi subito dalla legge della musica dalla quale ha accolto una serie di figure. Di fronte alla litografìa la sua reazione è un po' diversa. Il segno litografico che gli sembra volgare, ossia impuro e poco definito, non gli piace. Anche se con una serie di esercizi si è accorto che con l'alito si possono fare cose delicate e ottenere certe sfumature disegnate, altrimenti impossibili Questa necessità di definire il suo modo di intendere la tecnica e di precisare il proprio lavoro ha un suo retroterra complesso. Sen2a l'interesse e la pratica per le arti decorative nell'Italia delle Biennali di Monza e delle Triennali, sarebbe difficile pensare alla forza con cui Melotti ha definito la poetica e la pratica dell'astrattismo Allo stesso tempo il suo miracolismo nel trovare pazientemente gli equilibri più difficili ai fili, ai tessuti, alle sue palline di ottone. Col loro tramite di arrivare facilmente al cuore del suo pensiero, dell'arte di Melotti, a quell'antitesi tra la sua produzione ceramica e opera d'arte. Quando si mise a realizzare i suoi "pentolini" cinesi, egli dovette ugualmente inventare la sua tecnica, così come una decina di anni or sono ha fatto con l'acquaforte. Tutto ciò in causale coincidenza con la definitiva chiusura del forno per la ceramica.
All'inizio non sai cosa è il fuoco, che ti monta sulle spalle e non controlli più. Poi incominci a interpretarlo e ne comprendi la grande autonomia e incontrollabilità. Nel momento in cui sai di poterlo lasciare libero, allora il fuoco è dalla tua parte. Mi sembra che con l'incisione, le morsure, la stampa ci sia un analogo gioco, basato sulla imprevedibilità, anche se meno pericoloso per la presenza dell'acqua. Le figure delle incisioni di Melotti hanno una relazione spesso diretta con le sue sculture. Uno degli ultimi fogli si riferisce al motivo "Luna nascente" realizzato in ottone nel '76. Nella stampa le lune sono diventate tre e girano come dischi che ingannano tra di loro la profondità. Sono tali variabili successioni e ombre della stessa figura. Sono un primo quarto, la sua impalpabile circonferenza ne è l'invisibile complemento. La scultura presenta invece un anello soltanto, sufficiente a sviluppare la spazialità relativa e ridotta della figura. In questo lavoro, ancor più è evidenziato nell'acquaforte, si sposta nel piano e fuori da esso con movimenti irregolari. La stampa è tanto semplice quanto essenziale all'immagine. Non è possibile dirla elegante, nel senso che il trattamento non è affatto virtuosistico. Tutto ciò che si può dire sul suo non essere, il segno, le ombreggiature, il rapporto, la forma, il foglio, ne sono parte integrante. Lo scarso compiacimento formale e l'uso illusivo dei segni le rimarcano. Sui due lati del fondo bianco l'acquatinta ha lasciato una leggera, impercettibile polvere di stelle.
Uno dei primi fogli invece rappresenta un tema più libero. Ancora bianco con alcune linee molto pulite. Une tigne, une tigne, plus ou mais une tigne... une tigne, où plus rien ne pue. Questa assolutezza è presente, anche se contaminata da altri giochi, tanto da leggerla come una linea stesa, un panno bianco appeso e la silhouette di un corpo che discende dal manichino, dall'involucro vuoto, dall'ombra silenziosa. L'unica importanza di questa parte narrativa riguarda il motivo di sospensione e di leggerezza che, con queste linee stese dà alla sua superficie e ai tratti dell'incisione. Sospensione della poetica di Melotti, tanto più nel momento in cui egli lascia che al rigore proporzionale subentri una libertà per le sue figure ritmiche e un mescolamento dei materiali. Come se al metallo della lastra avesse appoggiato la sagoma che inserisce nelle sue sculture.
Le opere che illustrano
quest'articolo
riproducono la raccolta
"Per il Teatro sordo".
Cinque litografie
e un esemplare unico,
tirata in 80 esemplari
Milano, 1976
E tecnicamente? Le linee sono continue, senza essere tese, morbida la carta. L'unica parte non molto in luce è il vestito. Provate a chiedere a Melotti se non si tratti per caso del costume di Arlecchino. All'interno c'è una decorazione variabile che forma tanti quadrati usando piccoli triangoli, guscette, esagoni, quadratini. È curioso che siano stati, in questa e in altre acqueforti, da lui eseguiti a mano, con pazienza e secondo l'idea del risultato da ottenere. Tutto avviene come in un giuoco perfetto dell'infanzia. Nel suo lavoro degli ultimi anni Melotti tende ad ottenere un rapporto di obliquità, instabile tra il piano e le figure presenti. Rinunciando al primitivo e classicamente astratto principio di proporzione aurea, la disposizione delle figure e delle linee diventa più animata, come se stessero rinunciando ad un rapporto di preferenza per lungo tempo riconosciuto al piano bidimensionale. Pensando anche agli ultimi "Contrappunti" (1975), nei quali il ritmo si risolveva in una rigorosa euritmia interna, la differenza con le ultime opere è rimarchevole. Il Canone variato si è trasfuso nel tema dell'Ifigenia (1978). Questa tendenza generale l'avevamo già riconosciuta nell'acquaforte con i tre cerchi della luna, e la ritroviamo in molti altri disegni e stampe di questo ultimo periodo. Siamo di fronte ancora una volta a un mutamento, che l'ha portato a prediligere i temi liben. Ma l'acquaforte mantiene comunque la sua proprietà di essere grafica, ossia disegno graffito e stampato in bianco e nero. Se la liberazione è aiutata nella scultura dalla presenza di tessuti e di colori, nelle stampe il rapporto di obliquità è nella aderenza di segno e di foglio. Quando Melotti interviene successivamente con l'acquarello aggiunge l'ultima possibilità di bellezza decorativa alla sua immagine.