EUGENIO TOMIOLO
E IL SUO MIRABILE GIOCO
In fondo l'arte è silenzio o dialogo con il divino, che al massimo brontola. Con questa affermazione Eugenio Tomiolo ama sintetizzare tutta quanta la sua vicenda esistenziale di pittore, di incisore e di poeta in lingua veneta, ritenendo il fare artistico un continuo incontro - o piuttosto uno scontro - con la spiritualità.
Convinto di porsi al di fuori di ogni accademismo, già a partire dagli anni Trenta con la sola guida di un libretto di Melis Marini e un tiracopie per manifesti, Tomiolo inizia pertanto a eseguire le sue incisioni, che oggi ammontano a quasi millecinquecento lastre - di esse 381 sono state catalogate nel 1971 da Marcello e Rosalba Tabanelli in una monografia introdotta da Raffaele De Grada -, senza lasciare spazio né alla casualità, né all'improvvisazione.
Eugenio Tomiolo
Foto F. Scianna
È questa un'arte che si nutre di continui errori e perenni mutazioni, indispensabili secondo Tomiolo per sfiorare il miracolo della realtà attraverso il quale parla l'Assoluto. Da qui la sua particolare concezione di bellezza, che per l'artista è condizione di infelicità e di insoddisfazione. Essa infatti è linguaggio divino che costringe a perpetuare la ricerca sotto la guida dell'ispidi razione, intimo strumento donato per offrire solo alcuni lievi riflessi del mistero - proprio di ogni produzione artistica - in innumerevoli specchi, ma ossidati.
L'ecclettismo stilistico e contenutistico, di cui spesso questo incisore è stato accusato in sede critica, diviene di conseguenza indispensabile per svelare i molti simboli dietro ai quali risiede l'opera, espressa sia attraverso un impianto figurativo sia con l'essenzialità di segni, che si collegano alla pittura primitiva o all'incisione rupestre. Ne consegue che gran parte della produzione artistica di Tomiolo è debitrice del pensiero mistico ed esoterico, al quale quest'artista è giunto, certamente non per via speculativa o astrazione intellettualistica, ma in modo, per così dire, naturale, nonostante egli abbia avvertito le influenze di questo secolo, a partire dalle suggestioni della scuola romana negli anni Trenta, fino alle tendenze popolari del realismo degli anni Cinquanta.
E. Tomiolo - Nudo con grappolo - Incisione
Rappresentano una testimonianza di questi due differenti indirizzi l'acquaforte su zinco intitolata Soldato del 1936 e, quasi per opposto, le dodici tavole di La Resistenza, eseguite nel decennio successivo. Ma è soprattutto la vena fantastica ed ironica ad accompagnare Tomiolo in quegli anni, anche quando denuncia la corruzione del sentimento umano, riservando per sé la dimensione del sogno, quale luogo per rivitalizzare l'innocenza, come accade nelle molte incisioni portate a termine negli anni Sessanta e nel decennio successivo, delle quali Luna e Cavallo sono gli esempi. Nelle opere di questo periodo viene così avvertito un impulso astratto-surreale, espresso da segni particolarmente energici nella loro essenzialità e da stutture compositive che via via si fanno sempre più ritmiche, nel delineare forme che vogliono solo alludere al tema rappresentato, attraverso segreti richiami ad un significato che rimane nascosto nell'inespresso.
E. Tomiolo - Bambino dietro alla porta
Incisione 1944
E. Tomiolo - Cavallo
Punta secca
Si fanno pertanto le rappresentazioni di emozioni mentali come in "Innamorati" del 1975 o in "Nudo con grappolo" dell'anno successivo, che recuperano una mitica età paradisiaca, luogo di benessere e di felicità. Eppure si continua a parlare delle vicende della vita e della loro mutevolezza, anche se compaiono nuove utopie, necessarie all'esistenza, affinchè essa non scada in deliri insistenti. Ecco quindi riaffiorare il tema dell'acqua, come in "Marina" - che già Tomiolo aveva ritratto nelle serie Laguna, "Piccola Laguna" e "Le Maghe" - simbolo del farsi e del disfarsi, di ciò che è flessibile ad ogni forma, che nel contempo plasma e modifica con forza. Il simbolismo dell'acqua, con i suoi rimandi alla morte e alla rinascita, introduce così il significato del tempo sotto la cui legge ogni individuo è sottomesso. Senza porsi i perché delle cose, ora Tomiolo si esprime attraverso una libertà stilistica e formale, che non deve rendere conto a nessuno, dato che parla dello spirito e nello spirito e di conseguenza la sua immaginazione comprende il mondo nella sua totalità, anche quando si sofferma su un piccolo Tordo secco, come nell'acquaforte del 1992.
È questa nuova tensione al nulla, sinonimo di edificante completezza, a rendere quindi manifesto il gioioso senso del vivere. La volontà di assoluto induce pertanto Tomiolo a offrire musiche "che le vada al Cielo, / che nassa ben el verso, che'l sia belo, / vegna eleganza par ornar la cosa". In questa esperienza della finitezza e del relativo torna perciò la nostalgia di un passato mitico, ormai perduto a causa del necessario errore, che rende veramente uomini e artisti, purché "in questo zogo che no ga perdono / femose cosse che le sia d'amori".