L'INCISIONE
PER CORRISPONDENZA
Forse proprio perché l'uno era l'opposto dell'altro, Mino Maccari e Italo Cremona si compresero e si stimarono alla prima: vivace, spericolato e combattivo fino alla violenza Maccari, pacato, riflessivo e limitato ai ludi cartacei Cremona. Li univa il gusto della satira, scoperta in Maccari, sottintesa in Cremona, e la lotta agli stessi nemici gratificati di corrosivo disprezzo: l'arrivismo, la vanaglona, l'affarismo e l'impostura. Ma la loro battaglia era prima di tutto il modo per esprimersi di due artisti e i segni che lasciva si possono ancora leggere o incorniciare, poiché satira e poesia costituivano un unico impegno.
Si erano incontrati a Torino nel 1931, dove Cremona abitava proveniente dalla natia Cozzo Lornellina e Maccari aveva temporaneamente piantato le tende della redazione de «II Selvaggio». Nessun artista, che dovesse anche per poco collaborare con Maccari, poteva sfuggire all'invito perentorio di provarsi con l'incisione: un pezzette di linoleum inciso con sgorbie di manualità e d'invenzione ai quali non venne mai meno. Anche Cremona pagò questo pedaggio incidendo addirittura due linoleum grandi quanto l'intera pagina; un terzo era pronto per andare in macchina quando la redazione de «II Selvaggio» aveva già fatto i bagagli per raggiungere una nuova sede.
Lettera di M. Maccari
a I. Cremona
Senza un motivo contingente e senza l'incitamento dell'amico, Cremona posò le sgorbie e per ben diciotto anni dimenticò l'incisione. Aveva posato le sgorbie ma era nata un'amicizia che avrebbe dato il via a una corrispondenza di un migliaio di lettere, vivaci, amichevoli, acute, scherzose e sempre mantenute sul filo teso di una goliardia che conoscerà riflessioni con il trascorrere degli anni, incuranti della saggezza, che si presume debba seguire la maturità e la vecchiaia, per ritrovarsi invece etemi fanciulli pronti alla burla, alla battuta, al sorriso.
Dopo l'ultima guerra si trattò anche per loro di affrontare il non facile impatto con un mondo cambiato velocemente e ormai tanto diverso da quello nel quale si erano formati e riconosciuti, quel mondo che per loro rappresentava oltretutto la giovinessa con i suoi sogni e speranze. Maccari reagisce con la travolgente vitalità che gli è propria, sembra che i bersagli per l'ironia si siano moltipllcati, ma anche il suo prendersela con tutti si dimostrerà un modo per esorcizzare i mutamenti facendone un soggetto di satira e quindi di lavoro. Cremona invece si apparta. A chi, nel 1973, gliene chiede ragione risponde: «Non espongo più da quattro anni. La civiltà della pittura cui appartengo, nella quale sono cresciuto, è sparita. Non espongo per via di un certo scetticismo da cui son preso». Scrivendo a Maccari palesa il proprio stato d'animo e l'amico risponde: «...nessun consiglio migliore che questo: lavorare, scrivere, produrre [...], incidere, preparare una raccolta dì linoleum». E Cremona ancora una volta fa tesoro del consiglio riprendendo la xilografia e proseguendo con l'acquaforte. Le lettere si susseguono, le lastre incise da Cremona divengono un argomento di discussioni, sempre spassose, dove si alternano consigli e battute, confessioni e nostalgie.
I. Cremona - Inaugurazione
1931 - Linoleum
I. Cremona - Stracittà
1931 - Linoleum
Conoscendo l'idiosincrasia di Cremona per ogni tipo di viaggio, specie negli ultimi anni, in una lettera Maccari lo sollecita addirittura per un indispensabile viaggio all'estero: «... dovrai: 1) Fare un viaggio a Parigi per acquistare un 1/2 Kilogr. di Pece di Borgogna; 2) Acquistare almeno due flanelle che dovranno essere interposte fra il rullo compressore e la lastra da stampare; 3) Idem alcuni metri di tarlatana (velo che protegge la frutta dalle mosche) necessaria per pulire le lastre dopo averle inchiostrate; 4) Inchiostro calcografico Huber o Hucher, il migliore in circolazione, 5) Una o due bacinelle in maiolica o plastica per l'acido; 6) Fare una provvista di carta senza colla, di vari tipi, non sclusa la Japan; 7) Non rubare-'. Ma poi scrive di aver scherzato, sarà lui a fargli pervenire tutto a domicilio purché l'amico incida: «Sì, caro Italmo, sì, dovrai fare almeno una messa dozzina d'acqueforti, ovvero acquetinte, magari con le rulettine, insomma come vuoi te e se non saranno dodici, saranno ventiquattro, saranno quarantotto, l'inverno è galeotto, impone l'inci-sion». Al tono scherzoso non si rinuncia mai, e proprio nella corrispondenza con l'amico, e nelle tecniche incisorie, l'artista torinese ritrova un motivo di vita; già riprendendo l'incisione su legno aveva scritto: «È una bella cosa: alla fine della giornata ti trovi i risvolti dei pantaloni pieni di trucioli e ti sembra di aver lavorato».
Con la tecnica per lui nuova dell'acquaforte esegue nudi, ritratti, paesaggi e infine un motivo che ne rivelerà il carattere favorendo l'espressione: le pistole; pistole rivisitate, interpretate, umanizzate, rese angosciose o mortificate. Armi che raccontano offese fatte o subite, che svelano pensieri e angosce dell'autore nei riguardi di un mondo che sembra avvertire sempre più lontano e ostile. E tutto questo tra una lettera e l'altra, tra una battuta, una confessione, una maldicenza e una provocazione; Cremona si diverte a punzecchiare l'amico, sicuro di una risposta che non potrà mancare: «Sei laconico ma impreciso. Prima di tutto: chi vende l'essenza di lavanda? Ottenuto detto liquido lo si usa puro o lo si allunga con qualcosa... Soltanto rispondendo a queste domande si dimostra d'esser dei maestri e dei buoni italiani».
Per Maccari la provocazione suona come un invito a nozze e, questa volta, su carta intestata dell'Accademia di San Luca, della quale è presidente, risponde assumendo il distacco del Lei: «... chi vende l'essenza di lavanda? e a me lo domanda? Non c'è il telefono a Torino? Non ci sono negozi, fornitori ecc ...? Ma vada a prenderselo nel e... Non faccia il bambino! non mi irriti!», Cremona, divertito, risponde pacatamente alle lepidezze maccariane: "Continuo le mie prove d'incisione e tale attività mi brucia le giornate nel migliore dei modi. I raggiungimenti non mi preoccupano: quello che conta è trovare un interesse giorno per giorno». Eppure mette nel lavoro un impegno particolare, vorrebbe essere padrone della tecnica per potersi esprimere con estremo rigore e si adopera come se fosse alle prime armi, alternando le richieste di precisazioni alla cronaca delle proprie angustie: «Io mi sto guastando definitivamente gli occhi con le lastrine; ma dimmi tu, cosa altro potrei fare? Niente vino, niente grassi, niente sale, niente di tutto; non mi resta che l'acido nitrico e (toccandomi le balle) lo zinco». L'acido nitrico è quello che serve nell'esecuzione dell'acquaforte che in genere si fa su zinco, ma di zinco sono anche foderate le casse da morto, da questo il senso dello scongiuro. Il pessimismo di Cremona, oltreché nelle malattie e nell'età declinante, affondava le radici nella visione del mondo attuale: «Sciupiamo tutto: la libertà, il gusto, l'arte, i sentimenti, l'amore; riempiamo i marciapiedi e le campegne di rifiuti che non sappiamo più come distruggere e lastrichiamo le città di automobili [...] Una volta si trovava ancora la voglia di dipingere...», aveva detto in una intervista del 1971. Ecco perché poteva affermare che non gli restava che l'acido nitrico e lo zinco, e quando gli proporranno di fare una mostra in quella che è ormai la sua città se ne adonta come se gli avessero proposto una cattiva azione, e se poi cede alle insistenze le parole di resa sono eloquenti: «Volete fare la mostra, e fatela! Però sappiate che io ritengo immorale e indecente ogni esposizione pubblica di momenti di vita privata». Un gesto di dignità e di fierezza che oggi può apparire mitico e forse incomprensibile.
Questo scritto era composto quando è giunta notizia della scomparsa del suo autore. All'amico, all'artista e critico onesto e coraggioso, va il caro saluto e l'affettuoso ricordo.