PRANDI CAT. 208
L'ATLANTE DI DESIDERIO
Il virus delle stampe me lo ha attaccato Leonardo Sciascia. Poi, a poco a poco, si è sviluppato in passione, divampata nei dieci anni vissuti a Parigi. Per qualche anno sono stato anche un poco collezionista di stampe a cavallo tra Ottocento e Novecento. Poi anche di libri illustrati, quei pochi che potevo permettermi.
L'altro filo della trama di questa passione si è dipanato a partire dal lontano incontro con Franco Sciardelli, poi diventato anche lui amico e complice di qualche avventura editoriale, e dalla frequentazione della sua stamperia di via Ciovasso a Milano.
C'è un ovvio rapporto tra il mio mestiere di fotografo e questa passione per tecniche di stampa, l'acquaforte più delle altre, che come le pratiche di camera oscura in fotografia prevedono vari passaggi artigianali, lenti, avventurosi, dove entrano in gioco acidi, inchiostri, carte, strutturati in gesti esatti, antichi, codificati ma mai perfettamente uguali: autentico rito. L'idea dell'artista, i segni che la sua mano traccia sulle lastre, sono come una partitura musicale che per essere visibile, condivisa ha bisogno del complesso e sapiente ponte di interpretazione dello stampatore, fino al momento magico in cui, dopo essere passato al torchio, il foglio, fecondato dall'inchiostro, delicatamente separato dalla lastra, rivela per la prima volta la sua natura di immagine, forma, idea comunicabile.
Non c'è volta che io assista alla preparazione e stampa di un'incisione senza che si rinnovi lo stupore e l'emozione.
E poi, quell'odore di inchiostro, quei gesti pazienti con cui la mano fa girare e girare sullo specchio della lastra giornali vecchi e tarlatane. Soltanto la luce rossa da bordello della camera oscura, l'odore acre dell'iposolfito e dell'acido acetico possono competere in ebbrezza.
Non c'e volta che mostri o guardi con qualcuno una stampa incisa senza che rinunci a infliggergli la pedante descrizione del processo tecnico, come per ostentare con orgoglio la mia misterica conoscenza delle formule di una magia.
Quelli che davvero amano le stampe sono una setta un poco speciale e anche un poco fanatica. I cataloghi dei grandi mercanti sono le loro bibbie, gli atlanti di uno speciale universo, le mappe di condivise isole del tesoro, l'utopia stampata di un paradiso di desideri, l'inferno delle frustrazioni e delle passioni inappagate. Il primo catalogo di Prandi l'ho visto a casa di Sciascia, certo più di trentacinque anni fa. Molti altri se ne sono aggiunti poi nella mia biblioteca accanto a quelli del Mercante di Stampe di Marcello Tabanelli, di Paul Prouté a Parigi e di molti altri. È fra quelle pagine che continuo a sognare la mia collezione ideale, la mia collezione impossibile.
Dicevo della peculiare passione degli amatori di stampe. Negli anni in cui sono vissuto a Parigi ho partecipato molte volte, da Proyté, da Michel, di fronte a Notre Dame, al curiosissimo rito delle nouveautés. Una volta al mese, alle otto del mattino, prima dell'apertura della bottega, vengono presentate in anteprima ad altri mercanti, courtiers, appassionati, i nuovi acquisti della casa. Un bizzarro gruppo di signori dall'aria tutt'altro che miserabile si mette in fila ad ora di caffelatte e croissant come se aspettassero l'apertura della mensa dei poveri. Aperte le porte si precipitano come assatanati sulle cartelle nella furia di non mancare l'occasione economica, il foglio magari cercato da molto tempo e che può apparire come una trovata miracolosa. C'erano mattinate di novità per le stampe e mattinate consacrate ai disegni. Ebbene, vi si trovano persone completamente diverse. Mi sembrava addirittura che avessero facce diverse. Gli specialisti e i fondamentalisti della grafica, per esempio, di solito preferiscono i fogli stampati ai disegni e alla pittura. Sembrerebbe incomprensibile, assurdo, eppure, la spiegazione sta proprio, (io credo) nella tiratura, nella serie, sia pure limitata, di copie che vengono tratte dalla stessa matrice. È difficile condividere la stessa passione per due diversi disegni dello stesso artista, per esempio. Uno può essere bellissimo, l'altro orrendo. Sarebbe come dire che si può provare la stessa passione per due donne diverse. Una bionda, che so, l'altra bruna e magra quanto l'altra è opulenta. Una silenziosa, l'altra vulcanica. Magari ciascuno considera incomparabile quella di cui è innamorato o peggio, è proprio quella dell'altro che gli piace di più.
Nel caso delle stampe si tratta di una faccenda diversa, di un diverso erotismo. Più democratico? Qui l'amore si rivolge alla stessa immagine, uscita dagli stessi lombi di rame, di legno, o di pietra. Amore davvero condiviso se due collezionisti posseggano entrambi la stessa stampa. Oh dio!, veramente identiche identiche due stampe non sono mai. Ciascuno vedrà sempre con delizia nella propria - e con orribile gelosia se è quella di un altro - una diversa fragranza dell'inchiostro, una palpitazione del nero, quel quid che la rende inimitabile, diversissima nel suo essere la stessa. Tua. Ma è della stessa opera che parliamo, dello stesso amore.
Il rischio, naturalmente, a troppo addentrarsi nei labirinti della valutazione artigiana, è quello di perdere di vista l'obbiettivo d'arte della tecnica. Ma se così non è, l'apprezzamento sottile della sapienza artigiana, dell'invenzione tecnica aggiunge godimento al godimento.
Un'immagine realizzata alla puntasecca non ha niente a che fare con una xilografia o con un disegno a matita, e una litografia non è se stessa se vuole soltanto moltiplicare un pastello o un carboncino.
Ci sono grandi pittori che sono pessimi incisori, e viceversa. Ma le tecniche le hanno sempre inventate e rinnovate gli artisti, mai i virtuosisti e i depositari di morte e verità.
Eccoci qua! Ve lo avevo detto che appena mi metto a parlare di stampe viene fuori il pedante innamorato.
Perdonatemi, ma quando mai avrei immaginato di avere l'occasione di conversare di questa meravigliosa passione per la grafica con le migliaia di amici sconosciuti che come me da anni, o magari per la prima volta, sfogliano con giubilo e trepidazione il Catalogo Prandi?