L'ENIGMA
E IL PARADOSSO
Le vie convergono, divergono, il ponte congiunge l'isola al resto della città, la marina apre la sua prospettiva di alberi geometrici.
Ma perché le macchine? Il torpedone? L'omino che cammina e forse rincasa? La bambina che rincorre il cagnolino? Perché la fontana unica? E man mano che lo chiedo, l'enigma si diffonde in tutto il paesaggio urbano: nel fondo della strada, nelle rientranze dei portoni, nel semibuio di questi pezzi di città e del cielo quando lo si vede. La natura e i manufatti si caricano di mistero come in un libro che riproduce oggetti simbolici di una cultura esoterica.
G. Tranchino
Frontespizio per
Siracusa della Medaglia
Mi chiedo: perché sono due, di cui una rotta, le colonne, e uno solo il lampione? Due anche le palme. Lo stesso per i velieri senza vela. Avrà pure un significato tutto questo. Il senso non può non esserci, arcano, tramato con i fili, filetti, filini neri della grafica, formiche ben schierate o aggrovigliate che, nell'ombreggiare il biancore della carta, come in un sogno m'impongono di essere, non a Siracusa, ma nell'incantesimo di un enigma, di uno spazio che, se improvvisamente perdesse la sua opacità, si annienterebbe nella evidenza vacua della veglia. Perché Siracusa è, sempre rinnovantesi, il contrasto mediterraneo della luce e del colore, mentre, qui, nell'incantesimo dell'enigma, passando da un'immagine all'altra, non con lo sguardo sulla superficie di tratti e contorni, ma immergendomi, vivendo dentro il mistero del chiaroscuro, sono il viaggiatore nel paese fatato.
G. Tranchino
Quattro vedute di Siracusa
1995 - Acquaforte, bulino
Queste scene sono le invenzioni di una sfinge e io sono dentro, appena approdato a questo porto, irretito da una forza che mi fa a me stesso estraneo. Da dove venissi, non ho mai saputo. Non mi è, questa città, meno familiare di altre. Le cose sono abbandonate perché vi è scoppiata qualche epidemia? Varcherò questo ponte? Un terrore nuovo mi viene ad ogni bivio. Eppure non sento nulla di sacro. Umane sono le forme e la mano che le ha tracciate. Ma i miti, ognuno se li porta dentro: enigmatici e, laddove approdarono i greci, dentro le mura, nelle pietre, nella luce, e il suo negarsi, essi iridano la
vita, a svelarla nella fantasia. Così, in queste quattro stampe di Gaetano Tranchino uscite da un anonimo torchio nel 1995.
Sono immagini pensate per le camere di un albergo che si affaccia sul lungomare. Quattro i piani dell'albergo, a ciascun piano una veduta onirica della città. Prima di abbandonarsi al sonno, il viaggiatore potrà contemplare, trasfigurato, il frammento di Siracusa già visto durante la giornata. Oppure, il suo sguardo di turista beato lo coglierà nella realtà il giorno dopo. Se si tratterrà qualche giorno, a poco a poco, lo avvincerà il gioco degli specchi tra spazi del Grand Hotel e la città. A questo lo invita infatti, fin dalla hall dell'ingresso, dietro il banco della reception, un grande quadro cui Tranchino ha lavorato a lungo nel suo studio della Mastra Rua al centro di Ortigia: filtrati dalla fantasia del pittore vi si specchiano il Grand Hotel e la città. E vi si può specchiare anche il viaggiatore nell'immaginare se stesso su quella nave che, in primo piano, rigogliosamente fuma. Ma i clienti di un albergo splendido, venuti dal mondo intero, non sono probabilmente gli happy few sempre sognati, dagli artisti.
Tranchino, aggiungendo un frontespizio dedicatorio alle quattro vedute originali, ha voluto ricreare il mito utopico di un sodalizio la cui unica regola fosse il non avere regola. Certo non esiste più vera utopia. Sicché, insieme al fascino dell'enigma, dal pittore ci viene offerto il piacere del paradosso, che sono le due facce di una stessa medaglia, la quale, ironicamente, reca in effigie un re per grazia di Dio.
L'enigma, il paradosso, l'ironia: motto di chi ci riunì.