DIVINA CHARTA
IL PAPIRO
Di tutte le acque di Sicilia, è la piccola Ciane a mantenere intatto il miracolo del mito greco. L'acqua sgorga dalla terra piatta degli orti e dei pascoli come innocente divinità silvestre; pura attraversa i campi; come nàiade si insinua tra la verdura; come ninfa si nasconde nel bosco fitto dei papiri che la celano curvi sotto le loro capigliature. Placida scorre Ciane nel suo letto che ondeggia verde di flauti sommersi e di lenticchie d'acqua, da sempre, da prima dei Greci, da prima dei Siculi, per pochi chilometri stretti come un filo, fino a sciogliersi nel mare del porto grande di Siracusa.
La pianta del papiro è endemica in Sicilia: cresceva lungo il corso di parecchi fiumi, purissimi. Ne rimane memoria a Palermo, a Palagonia, a San Cusimano, alla Maddalena. Resiste, fossile botanico, lungo l'acqua del Ciane. La presenza della pianta in questa plaga greca, avrà sicuramente incrementato la fabbricazione della carta papiri, la cui memoria si è ormai persa.
Non è però difficile immaginare le botteghe che fabbricavano materiale scrittorio ricavato dai fusti della divina pianta, sparse per i cinque quartieri della Pentapoli.
La pagina, di vegetale d'acqua dolce, leggera e pratica, sostitui, nel mondo antico occidentale, le tavolette d'archilla o di piombo o di pietra su cui si affidavano gli atti pubblici o i pensieri.
Plinio, nel tredicesimo libro della sua «Storia naturale», fa un dettagliato rendiconto dell'invenzione, ma del papiro siciliano non fa neanche un cenno.
Per lui il papiro è la pianta degli acquitrini del Nilo, una pianta curiosa che va a collocare tra le peregrine areboree, come dire tra le stravaganze di natura, da cui si trae la carta, il supporto della scrittura. Ed è questo supporto leggero e pratico che Plinio descrive, più che la botanica della pianta palustre, tanto che, passaggio dopo passaggio, spiega pedissequamente tutte le fasi della lavorazione di un foglio.
Nonostante le sue notizie — uniche a noi pervenute — chiare e semplici, ancora oggi una tanto semplice opera di mano se impastoiata di maliziosi segreti e considerata un mistero. È seducente immaginare Teocrito tracciare col càlamo la scrittura dei suoi «Idilli» su fogli di papiro. Tutta l'antichità greca e romana ne fece uso fino al Medio Evo. I fogli si ottenevano dal càule reciso appena sopra la radice che sta appena sotto il pelo dell'acqua. Il piccolo tronco si riduceva in strisce sottili (schidae), che si univano verticalmente una accanto all'altra sovrapponendo un minuscolo lembo lungo il lato maggiore. L'umore stesso della fibra le incollava. Su questa prima philira se ne tesseva una seconda con le strisce disposte, questa volta, orizzontalmente.
Mappa con la
localizzazione di Sirucusa, regione di coltivazione
del papiro.
Il foglio ottenuto era il cratis, che veniva sottoposto a pressione con un rullo.
Alla fine la pagina (plagula) si lasciava asciugare e successivamente veniva lisciata e lucidata con una stecca d'osso.
Le singole pagine, poi, si incollavano tra di loro fino a formare una lunga striscia che si ancorava a un bastoncino (umbilicus) che agevolava l'avvolgimento del rotolo (volumen).
L'asperità della fibra vegetale non doveva di certo essere agevole alla scrittura. Nell'ottavo secolo, mediata dagli Arabi, una nuova tecnica di fabbricare supporti scrittori passò dalla Cina, nel Mediterraneo: la carta di straccio e di fibre di legno di fico e di gelso.
Grandi tini colmi di poltiglia in sospensione nell'acqua sostituirono il taglio dei tronchi di papiro. Telai a setaccio filtrano e separano l'acqua dalle fibre e foglio dopo foglio, ecco la carta, scorrevole, compatta, più adatta alla scrittura e alla stampa.
La greca Ciane comunque evocherà in noi paesaggi africani e pensieri oltretombali costingendo lo spirito, a percepire la divinità della pianta regalataci dal dio e che in Quasimodo risuona come evocazione dell'infanzia dell'uomo, le cui mani, nei fiumi di Sicilia, coglievano papiri.