LA STREGA E IL CAVALLINO
Si chiamava Caterina Medici. Di lei, una popolana vissuta nel 1600, sappiamo che fu torturata, tanagliata e bruciata come strega.
In un curioso ripetersi di reticenze e rimandi, di scatole cinesi e giochi di specchi, si occuparono di lei (tra omissioni e allusioni) molti scrittori. Ne parlò Pietro Verri, nei suoi Annali del 1617. Ne riparlò un altro Pietro, il Custodi, nelle note alla Storia di Milano, sempre del Verri. Manzoni riprese il fatto nei Promessi Sposi, a proposito di Ludovico Settala che con un suo deplorabile consulto coopero a far torturare, tanagliare e bruciare, come strega, una povera infelice sventurata. Di quella sventurata tace però il nome.
Alcune delle testatine incise che illustrano
l'inizio di ogni capitolo
di La Strega e il Capitano.
Sono passati molti anni da fatti e cronache quando Leonardo Sciascia, nprendendo in mano le carte del processo Medici scopre casualmente la coincidenza tra quei documenti e la citazione manzoniana, e ne ricostruisce le vicende, le cause, gli atti e gli attori.
La strega e il capitano (Bompiani,1986) è appunto la storia di Caterina, che Sciascia narra tra pietà e sgomento nflettendo sulle poche informazioni rimaste e ricucendo intorno ad esse una probabile vicenda.
Nessuna indulgenza usa però lo scrittore nei confronti del romanzesco. Protagonista della vicenda in relatà non è Caterina, ma la giustizia, perché «terrificante è sempre stata l'amministrazione della giustizia, e dovunque. Specialmente quando fedi, credenze, superstizioni, ragion di Stato o ragion di fazione la dominano o vi si insinuano».
Cosi entriamo nella casa del senatore Luigi Melzi. Scopriamo che i suoi strani dolori di stomaco, di cui parla il Manzoni, erano quelli che oggi, con brutto neologismo, si definiscono psicosomatici. Scopriamo che il giudice è indotto a sospettare di Caterina da un militare, il capitano Vacallo, che aveva ragionevoli motivi per esserle ostile. E seguiamo (e questa è la tortura più terribile, perché delle altre, quelle fisiche, Sciascia quasi non parla) come Caterina sia costretta a confessare colpe che non aveva commesso, a dar vita e corpo ai fantasmi della propria mente, a inventare ciò che i giudici desideravano che inventasse e pretendevano che dicesse.
Scopriamo anche come l'attrazione del senatore per Caterina, le sue rapide visite notturne nel suo letto si trasformano nel racconto di lei in apparizioni demoniache («venne detto Demonio in carnera... ed era in persona di detto signor Senatore, che pareva la sua faccia, ed era vestito come lui...»).
E tuttavia queste scoperte e queste ricostruzioni, al di là dell'esattezza deduttiva, diventano ancora più vere legate come sono all'intuizione inconfutabile, e oggi cosi evidente, che la giustizia è tale solo di nome. Ci viene cosi narrata, o scolpita si potrebbe dire, quasi una Colonna Traiana, una nuova Colonna infame.
Lo stile di Sciascia elude l'eloquenza, si affida a un realismo didascalico, allinea fatti e date. E proprio in questa voluta rinuncia alla letteratura raggiunge esiti di particolare nitidezza.
A volte il modello manzoniano emerge con prepotenza, e la pagina riecheggia per precisione di aggettivi e ampiezza di periodare le pagine che l'hanno ispirata. Più spesso il narratore si mimetizza dentro la cronaca di quel passato. Ed allora sono più evidenti, per contrasto, le riflessioni mal represse, i sotterranei paragoni col presente.
A questo coro di reminescenze e di variazioni sul tema tra storia e letteratura, si aggiunge ora, nell'elegante edizione curata dallo stesso Franco Sciardelli, un'altra voce: quella di Aligi Sassu, che ha realizzato un commento calcografico al romanzo.
La Strega e il Capitano
L'incisione, con i suoi giochi di luce, con i suoi contrappunti dove è la luce stessa a diventare colore, è forse il linguaggio più adatto a tradurre in visione questa storia notturna, in cui bene e male si contrappongono e si confondono, mentre la lex (ancorché non summa) si identifica con l'iniura. Nell'immagine di Sassu, qui singolarmente concreta e corposa, la drammaticità del romanzo si riproduce, anche, negli ambienti densi di ombre, nei contrasti tra chiarore e contaminazione.
Personaggi grotteschi e dolenti abitano queste carte. Prevalgono volti allungati, dilatati come in un'anamorfosi (si veda il 'medico' al capezzale del malato, la sua faccia cadente come di gomma gelatinosa), volti di lupo e di rapace, con nasi d'aquila e sopraciglia di gufo, cappelli insieme pomposi e ammaccati, mani grassocce e ungulate come zampe di pollo, baffi incisi come graffi sopra la bocca, lungo le guance.
Questa umanità mormorante, crudele è incorniciata da un'atmosfera buia, come tessuta di tele nere di ragno. Nell'incontro, ad esempio, tra il senatore e Caterina lo sfondo, bucato dalla fiamma della candela, appare come ricamato di effetti digitali: una filigrana in negativo, leggera come una felce bruna, si dirada e di addensa, scandendo lo spazio in striature sottili, in segmenti grafiti, in delicatissimi flottages appena corrugati. In altri momenti il segno è più limpido. Nella stessa composizione il corpo di lei si delinea in tutta la sua tenerezza: la massa ondulata, quasi nouveau dei capelli si pettina in filamenti delicati, lasciando individuare le singole ciocche. Pochi tratti compongono il suo volto. L'incisione si fa breve e precisa, e solo un lieve alitare (l'ombra delle palpebre, il profilo, la morbidezza delle labbra) scalda i piccoli segni. Niente altro: la figura appare come una pagina bianca, come in un acquerello dove il chiarore è ottenuto per assenza, col vuoto.
La Strega e il Capitano
Alla tessitura dello sfondo, all'insistita faticosità delle altre fisionomie e degli altn corpi subentra quasi un momento di silenzio. E la linea interviene non per descrivere, ma per racchiudere, per delimitare con saldezza picassiana (anche in un'altra incisione, del resto, un grande volto di donna, occhi rotondi profilo mediterraneo, è risolto con un'evocazione picassiana) i confini cedevoli e intatti della figura di lei.
C'è una crrispondenza, un'affinità realistica tra romanzo e icona. Alla drammaticità concreta, storicamente provata delle parole corrisponde il verismo plumbeo e grottesco delle immagini. Lo stile di Sassu, intento in questi ultimi anni a comporre un suo mondo visionario e metafisico, un «paradiso artificiale» dalle tonalità chiare, come di conchiglia e zucchero, abbandona le ultime creazioni mitologiche per dar vita a un teatro di personaggi vivi, corpulenti, demoniaci.
Ma proprio attraverso questa presenza del negativo, la concretezza si tramuta in allucinazione. Non a caso il frontespizio del primo capitolo mostra un'apparizione satanica. Il demonismo è uno dei temi ricorrenti in queste incisioni: fino a esplodere in una danza di fantasmi, tra smorfie e incubi; fino a personificarsi in un volo di strega, fallico e caprino. La fantasia spettrale, che raggiunge punti di assordante tensione, tende però a modificarsi nello sviluppo dell'interpretazione grafica. Il sostantivo finisce, sia pure faticosamente e in ultimo, a prevalere sull'aggettivo.
La Strega e il Capitano
Incisioni che illustrano La Strega e il Capitano
Rimane, infine, solo fantasia. E in questo senso, forse, l'opera di Sassu si lascia maggiormente raggiungere, rispetto a quella di Sciascia, dai conforti dell'immaginario.
Il cavallino ondoso che si impenna nell'ultima incisione e si confonde coi capelli della donna, quasi nascendo dai pensieri di lei, sembra indicare tra grazia e ostinazione le possibilità del sogno.
Forse correrà lontano dalla baltresca, da quella specie di castelletto dove giustizia fu fatta.