KARL PLATTNER
PEINTRE-GRAVEUR
È quasi scontato, pensando all'arte di Plattner, evocare gli spettri di Grünewald e di Dürer, e questo parallelo non aggiunge nulla più che una generica consonanza nell'intenzionale spinta dell'espressione figurativa in direzione dell'esasperazione drammatica. Ma questo non basta a restituire un'idea dell'opera di questo artista né, tanto meno, della sua opera grafica.
Karl Plattner si applica per la prima volta all'incisione superati i quaranta anni, all'inizio degli anni '60, e si dovrà aspettare quasi la fine del decennio perché maturi in lui un pieno interesse per la stampa come mezzo d'espressione artistica: la litografia, l'acquaforte sia in nero che a colori.
Per quanto tardivo l'interesse di Platner per la stampa era ineludibile. E' Leonardo Sciascia che coglie con precisione il punto nodale del lavoro dell'artista di Malles peintre-graveur: "in Plattner pittore c'era già l'incisore" cioè era "un pittore che era arrivato all'incisione prima di praticarla, dentro il suo essere pittore."
Il segno graffiante delle sue forme, "[…] quel mondo duro e tenero insieme; affilato, implacabile, impietoso e insieme ansioso, sognante, di fuga, di follia che è nelle cose di questo pittore da marca di confine, di un confine non soltanto geografico, ma culturale." (Sciascia), era particolarmente congeniale alla traduzione sulla lastra di zinco, o di rame.
Non si può, dunque, pensare di relegare questa sua produzione in un ruolo ancellare rispetto alla pittura, anzi vanno considerate a un livello paritetico: pur in una compiuta consonanza di temi e di poetica, anzi con un travaso dall'una all'altra, la grafica non è preparatoria alla pittura, bensì i due strumenti servono a portare avanti una stessa ricerca su più fronti tecnici. Ne consegue una iterazione tematica e una trasmigrazione di soggetti in cui, a volte, è l'incisione ad anticipare i temi della pittura.
C'è, nell'opera incisa di Plattner tutta la durezza dell'espressionismo e del realismo tedesco, quel graffio dato alla realtà che ne espone senza falsa pietà, a tutte le ferite. In alcuni nudi, poi, c'è l'eco fortissima della Secessione Viennese e dei suoi decadenti fantasmi. Tutto è ghiacciato in un cristallino nitore che non lascia spazio alla ambiguità: l'esattezza del segno blocca nella sua durezza immagini di una estrema pulizia formale. Come acutamente osserva Gabriella Belli, il dramma di Plattner è quello dell'«attimo prima»: l'ansia ancora implosa che precede l'urlo, la caduta, lo scontro. è il logorio che precede lo sfogo, l'esplosione palese del malessere che cova dentro l'individuo: nel suo empito espressionista, Plattner "ha declinato l'Urlo di Munch nella melanconia düreriana" (Gabriella Belli).
La scala - 1970
acquaforte.
K. Plattner
In famiglia - 1971
acquaforte e acquatinta.
Lo stesso artista, nel 1981, affermava che "Chi ha paura di vivere ha paura di morire". In questa frase è il senso di quella tensione che è propria delle sue figure, di quel senso di alienazione e di disagio, quella macerazione dei lineamenti e delle membra che si fa espressione dei moti di dentro.
La tensione interna vissuta dall'artista in prima persona, è chiaramente manifestata in un'altra intervista: "Credo che ci si debba rassegnare al fatto, una volta che si abbia aperto gli occhi alla realtà, che la morte è immanente al proprio essere. Naturalmente non si pensa in ogni momento alla morte, e tuttavia essa ha la stessa importanza della vita, per un pittore, per una persona spiritualmente desta. Io le annetto una grande importanza, consapevolmente, debbo tener conto del fato che traggo alimento dalla finitudine. Ciò mi costringe a porre a disposizione tutta la mia energia."
Da un punto di vista compositivo, l'abilità più grande di Plattner incisore sta nel saper gestire la dialettica degli spazi e un uso intelligente del vuoto, dello spazio non riempito né da segni né da figure. Spazio vuoto di elementi, ma non lasciato inerte sottratto al biancore della carta riempito di colore; un muro che impedisce alle figure di "fuggire", dal momento che crea uno stacco ancor più netto con il colore della figura. È costante, poi, una sorta di ossessione per i cerchi: oblò, finestre rotonde, o superfici specchianti di forma circolare. Peter Weiermair si era accorto che "la finestra costituisce un rafforzamento espressivo della bocca aperta o che grida, espressione che dai contorni delle labbra si protrae, in movimenti ondulatori, alla rotondità delle teste e poi della finestra." Al tempo stesso, l'oscillazione fra la tentazione a rendere astratte le forme degli ambienti e la maniera aspra, spigolosa, delle sue figure, crea un'atmosfera di ulteriore sospensione.
Anche così Plattner dipinge l'ansia, non senza evocare il macabro, se non addirittura del raccapricciante, nella consunzione della carne attaccata alle ossa. Eppure, allo stesso tempo le sue immagini non sono esenti da una disincantata, a volte affettuosa, ironia: le stesse fisionomie spigolose, dai nasi dritti e gli zigomi pronunciati, quando sorridono hanno una smorfia che declinano verso un buffo candore. Se però si deve cercare una marca che racchiuda, in breve, l'opera di Plattner, non la si può leggere che come l'espressione del canto strozzato, senza appello e, soprattutto, senza fiducia.